Tintoretto: Crocifissione/Σταύρωση
La composizione si presenta densamente affollata, ma arginata a sinistra dal centurione con lo stendardo agitato dal vento e a destra dal gruppo del cavaliere e dei soldati che si giocano ai dadi le vesti di Cristo. Affascina lo straordinario coro di figure intrise di luce che si snoda sul fondo, abbozzate da rapide pennellate filiformi.
La tela si caratterizza per il colorismo ricco e brillante, con accensioni di rossi e di blu, probabile esito dell’influsso di Paolo Veronese.
![]() |
| Jacopo Robusti detto Jacopo Tintoretto, Crocifissione, 1555 circa. |
L’anno 1565 Tintoretto, divenuto confratello della Scuola Grande di San Rocco, pose mano e terminò la vastissima Crocifissione, collocata sopra il grande bancone che nasconde l’accesso agli Scrigni. Tiziano nel 1553 aveva avanzato l’offerta di un suo quadro per decorare proprio questa parete senza poi però realizzare nulla. Tintoretto completò poi il ciclo tra il 1566 e i primi mesi del 1567.
La tela, che godette subito di straordinaria fama tra i contemporanei, è dominata da Cristo in Croce, che giganteggia al centro e funge da perno per la complessa composizione, in cui il pittore orchestra con magistrale sapienza cromatica e luministica il racconto evangelico, coinvolgendo in prima persona l’osservatore. Dal Crocefisso s’irradia una raggiera di luce, a rappresentare il suo trionfo sulle tenebre e la speranza di resurrezione per tutta l’umanità. Fu collocata in posizione di assoluta preminenza sulla parete di fronte all’ingresso e al di sopra del bancone destinato a ospitare le riunioni del governo della Scuola.
![]() |
| Tintoretto, Crocifisisone, 1565. |
Cette déchirure jaune du ciel au-dessus du Golgotha, le Tintoret ne l'a pas choisie pour signifier l'angoisse, ni non plus la provoquer ; elle est angoisse, et ciel jaune en même temps. Non pas ciel d'angoisse, ni ciel angoissé ; c'est une angoisse faite chose, une angoisse qui a tourné en déchirure jaune du ciel et qui, du coup, est submergée, empâtée par les qualités propres des choses, par leur imperméabilité, par leur extension, leur permanence aveugle, leur extériorité et cette infinité de relations qu'elles entretiennent avec les autres choses ; c'est-à-dire qu'elle n'est plus du tout lisible, c'est comme un effort immense et vain, toujours arrêté à mi-chemin du ciel et de la terre, pour exprimer ce que leur nature leur défend d'exprimer. [...] l'angoisse du Tintoret était devenue ciel jaune. Ce n'est plus une signification, c'est une substance [...].
👉 Jean-Paul Sartre, Qu’est-ce que la littérature ?, Paris, Gallimard/Folio, 1948/2008, p. 15, 24.

